A. Berenzi, P. Ghirardi, M. Bonari, M. Gattamelata, V. Villanacci, *C. Varinacci, *G. Crea II Servizio di Anatomia Patologica, Spedali Civili di Brescia,* Istituto di Microbiologia, Università degli Studi di Brescia
Introduzione L’analisi citologica dei versamenti endocavitari presenta spesso difficoltà interpretative. Le marcate alterazioni cellulari a carico dei mesoteli reattivi, nonché il frequente riscontro di cellule epiteliali, rare o oscurate dagli elementi infiammatori, rendono infatti difficile la diagnosi basata sui classici criteri citomorfologici. L’identificazione di cellule con alterazioni sospette, ma non sufficienti per una diagnosi di malignità, è un evento comune nella citodiagnostica dei versamenti sierosi (12, 13, 15).La messa a punto di metodi che possano aumentare l’accuratezza diagnostica e ridurre il numero delle diagnosi incerte è di grande utilità nella pratica clinica. A questo scopo sono solitamente utilizzate tecniche immunoistochimiche con pannelli anticorpali opportunamente stabiliti per tipizzare le cellule maligne, ma che non sono sempre dirimenti per la diagnosi. In questi ultimi anni si sta valutando l’utilità dello studio di un nuovo marcatore, la proteina p53, che sembra essere espressa solo negli elementi maligni (4, 9, 13, 15). Sebbene la funzione del gene oncosoppressore p53 rimanga per lo più incerta, molti studi recenti indicano che l’inattivazione funzionale di questo gene, in seguito a mutazione, è un evento molto frequente in vari tipi di neoplasie maligne umane (1, 5, 8, 11). |