A. Iurlo, M. C. Medori, D. Crotti
Servizio di Microbiologia Clinica, Azienda Ospedaliera di Perugia, Ospedale “R. Silvestrini”, Perugia
La pratica della dialisi peritoneale ambulatoriale continua (CAPD) è sicuramente e da tempo un’alternativa alla emodialisi nei pazienti con insufficienza renale. L’applicazione di questa procedura è in continua evoluzione nonostante l’inevitabile rischio di possibili complicanze di natura infettiva, in particolare le peritoniti (1, 2). Da tempo siamo attenti a tali problematiche, sì che in passato è stato da noi protocollato un iter operativo, standardizzato e riproducibile, in accordo anche con i colleghi nefrologi (3). Abbiamo allora voluto verificare, con tale presentazione, la bontà di siffatto protocollo operativo da alcuni anni da noi avviato (3), alla luce di alcune modifiche e semplificazioni apportate in un successivo momento (4), al fine di ottenere una maggiore efficacia diagnostica (5), finalizzata a garantire la più ampia individuazione eziologica di peritoniti, in tempi e con costi adeguati, in tale gruppo particolare di pazienti, cercando di discriminare tra infezione reale, o quantomeno verosimile, e probabile se non certa contaminazione (6, 7, 8, 9). |