M.Leonardi, F.Di Salvo, A.G.Malafarina, A.Ajovalasit, G.Cattoni, C.Pisoni, A.Raggi
Nel 2001 l'OMS vara l'ICF (International Classification of Functioning Disability and Health), cioè uno strumento di classificazione che revisiona il precedente ICIDH-80 (International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps). Nel documento del 1980 si stabilisce che l'handicap (inteso come svantaggio sociale) sia conseguenza di una disabilità (intesa come incapacità di svolgere una funzione rispetto alla media) che derivi da una menomazione (alterazione psichica o fisica della persona) a seguito di una malattia o trauma. L'ICF, invece, pone l'attenzione sulla persona, sul suo funzionamento e sulle sue capacità non residue ma intrinseche, ponendo il funzionamento di una persona in relazione all'ambiente che lo circonda. Per l'ICF l'ambiente è determinante della disabilità. L'ICF può essere utilizzato, nella pratica, con la ICF check-list, cioè con un questionario che esamina più aspetti della persona, la cui compilazione, a stretto contatto fra operatore e paziente, porta all'individuazione di un codice che identifica in dettaglio il funzionamento dell'individuo e l'ambiente che lo circonda. L'ICF e i suoi strumenti derivati, per impostazione concettuale, sono atti destinati alla conoscenza della persona e del suo ambiente. L'ICF mira a conoscere la persona attraverso la valutazione delle sue funzioni e strutture corporee (ovvero classifica anomalie di funzionamento nell'ambito fisiologico della persona), delle sue attività (ovvero classifica la sua capacità di svolgere attività) e della sua partecipazione (ovvero classifica la sua capacità di partecipare alla vita sociale offerta dall'ambiente). L'ICF propone il modello biopsicosociale della disabilità, un modello che, integrandoli, riesce ad ovviare alla contrapposizione tra il modello puramente medico e quello puramente sociale di disabilità.
|